martedì 2 maggio 2006

Cattiva sanità e buona sanità - Confronto USA e ITALIA: forse è meglio la nostra

Si parla spesso di “malasanità” in Italia e questo soprattutto quando si riscontra qualche fatto clamoroso per il quale c’è anche chi muore. Ma la sanità in Italia è ancora in gran parte pubblica, ed allora si dà la causa proprio al fatto che c’è poco spazio per il privato.
Queste sono tutte affermazioni che vengono soprattutto da una certa parte politica e da certi poteri forti. Tutto da dimostrare.
Intanto e bene precisare che i casi della cosiddetta “buona sanità”, quella pubblica, anche da noi sono tanti.
Ma prima di proseguire oltre, leggete un po’ questa lettera, apparsa sulla rubrica “Italians” curata dal giornalista Beppe Severgnini su Corriere.it.

Questo è l’esempio di come, anche e soprattutto nel caso di sanità privata, si possano passare delle brutte esperienze. Ma ci rendiamo conto che lo sfortunato autore della lettera era anche in possesso di un’assicurazione, cosa questa che è raccomandata a tutti coloro che si recano negli Stati Uniti come se fosse il toccasana, la bacchetta magica (privata) panacea d’ogni malanno! E i tempi d’attesa e la burocrazia!
E continuiamo a parlar male della nostra Italia!
Lasciando il caso specifico in questione, mettiamoci ora nei panni di un “povero statunitense”! Si, anche lì ci sono i poveri e non sono pochi! Il povero può anche morire perché non ha l’assicurazione giacché non lavora (per questo è povero) e, soprattutto, non produce.
Veniamo alla nostra Sanità (si, va bene la esse maiuscola)! Anche da noi si fa sul serio, ma poi ci si mette di mezzo la politica ed allora …. Il caso di cardiochirurgia di Mestre, molto attuale, vi dice niente? Ora anche l’assessore regionale, un leghista, quello che vuole chiudere cardiochirurgia di Mestre per lasciare spazio a Treviso, è indagato in uno dei tanti scandali che, ripetutamente, colpiscono i nostri politici ed i nostri imprenditori (dobbiamo chiamarli ancora così?); e dopo qualcuno afferma che la colpa è della magistratura politicizzata e tutta tendente a sinistra! E c’è anche qualcuno che crede a quel “qualcuno”!
Ma continuiamo a parlare di “buona sanità” di casa nostra. Qualche settimana fa sono stati presentati i risultati di una ricerca epidemiologica, la prima in Italia, effettuata sul territorio dell’Ulss 12 Veneziana, ricerca alla quale mi onoro di aver partecipato in fase iniziale, anche se nella stessa non è mai menzionato neppure il Servizio Informatica del quale facevo parte prima del mio pensionamento; chi ha fornito la maggior parte dei dati necessari alla ricerca? Chi ha preparato i “data base” secondo i "desiderata" dei ricercatori? Chi ha spiegato loro il contenuto ed il significato dei campi? E con questo chiudo il mio piccolo sfogo, dopo essermi tolto un sassolino dalla scarpa, e continuo esaminando il risultato principale che nessuno prevedeva: quasi tutte le patologie sono presenti maggiormente nella Venezia insulare che non a Mestre e nella terraferma dove un pesante traffico automobilistico e un’industria chimica di Marghera altamente inquinante facevano prevedere.
Ed ora tutti si chiedono il perché di questa stranezza. Perché un determinato sestiere di Venezia, Castello, e due isole, Pellestrina e Giudecca, si trovano primi in questa graduatoria? Qualcuno potrà pensare che in queste zone vi può essere popolazione più anziana; ma non è così perché, come viene spiegato dai ricercatori, è stato tenuto conto di tutti i parametri per “equalizzare” la popolazione. Ed allora? Per chi non è pratico di Venezia spiego che Pellestrina è un’isola tra mare e laguna, lontana da ogni inquinamento; anche la Giudecca è un’isola, un po’ più vicina a Marghera, ma normalmente il vento predominante, lo scirocco, soffia dalla Giudecca verso Marghera; anche Castello si trova dalla parte opposta, più vicino al mare.
Qualcuno ha ventilato un maggior abuso di “ombre” a Venezia che non in terraferma. Le “ombre”, e lo spiego per i non veneziani, sono i bicchieri di vino. Non mi sembra che questo sia molto convincente anche perché l’abuso d’alcool agisce di più solo su alcune patologie e non su tutte. E poi chi può affermare che a Mestre si beve di meno?
Qualcun altro ha cercato di spiegare con la vicinanza dell’acqua e con una maggiore umidità. Anche questa mi sembra una teoria poco dimostrabile; infatti, la stessa umidità si trova sia a Venezia sia in terraferma e se c’è qualche differenza questa è minima. E poi anche l’umidità e magari le case malsane influiscono solo su alcune patologie.
C’è stato invece chi, un medico di base della zona di Castello, ha ipotizzato che la causa prima di tutto sia la povertà! Anche questo tutto da dimostrare. Non dovrebbe essere difficile verificare lo stato economico della popolazione per zona di residenza: basta incrociare l’anagrafe sanitaria con quella tributaria. Chissà se i ricercatori del Servizio d’Igiene Pubblica ci hanno pensato! Ma, a spanne, l’osservazione del medico di base non dovrebbe essere tanto strampalata; per carità, le ricerche non si fanno a spanne! Ma io non sono un ricercatore, sono solo un informatico “in quiescenza” e, soprattutto uno che ha sempre vissuto a Venezia. In effetti, il sestiere di Castello e le due isole sono sempre state zone cosiddette “popolari” dove il censo non è stato mai troppo elevato. Il medico in questione afferma, e non vedo perché non credergli, che c’è anche chi, dovendo essere sottoposto ad accertamenti e non essendo esente, chiede di fare il minimo necessario per non dover pagare il “ticket”! Se siamo a questi livelli allora si può parlare veramente di povertà. E la povertà comporta, oltre ai soli accertamenti minimi e quindi poco indicativi, residenze malsane, alimentazione scarsa e non delle migliori ed anche stati d’animo particolari e frustrazioni. Tutto questo può portare ad una maggiore incidenza di tutte le patologie? Difficile da dimostrare. Certo che se fosse vero cadrebbe a pennello il proverbio veneziano che dice: “A chi che nasse sfortunà ghe piove sul culo anche a star sentà”.
E qui torniamo ai poveri “made in USA” ai quale si addice il proverbio (se qualcuno lo vuole tradurre). Forse per questi poveracci oltre alla pioggia, in quel posto arriva anche la grandine della sanità privata.
E finché i nostri liberali, libertari e liberisti non la smetteranno di sentenziare sulle economie nella sanità e sul profitto che questa deve portare come qualsiasi altra attività, anche la “buona sanità italiana”, tutta pubblica, farà una brutta fine.
Un dato che non era molto preciso nei records del “data base” era, e penso lo sia ancora, la professione cosa che, invece, ritengo molto importante. Infatti, la tabella delle professioni in uso presso le procedure informatiche dell’Ulss è formata da poco più di un centinaio d’elementi mentre la tabella usata dall’Istat ne contiene oltre ottomila. Quest’ultima è una tabella “seria” perché specifica nei minimi dettagli le professioni. Per esempio c’è differenza tra le diverse tipologie d’operaio, ma anche tra un operaio chimico addetto ad una determinata lavorazione ed un altro, sempre chimico, addetto ad altre lavorazioni. E già qui una certa indicazione sulle patologie possibili si può trovare.
Quando ero in servizio ho tentato di far capire a chi di dovere (sanitari) la necessità di un cambiamento della tabella ma, purtroppo, ho sempre trovato chi, pur dandomi anche ragione, preferiva che l’addetto all’immissione dei dati dell’accettazione non perdesse troppo tempo in quanto, essendo un infermiere, aveva altri compiti da svolgere. Inoltre, in occasione di un ricovero, è chiesta solo la professione del momento, ad esempio pensionato, senza andare indietro nel tempo con la professione, o professioni, precedente. Ma anche questo è un dato recuperabile, almeno in parte ed anche più preciso di quello dell’Ulss, dall’anagrafe comunale. Forse i ricercatori non ci avevano pensato.
Un ultimo consiglio ai ricercatori: perchè non consultano un metereologo, magari esperto di venti locali?

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